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Lettera aperta sulle donne coach

May 17, 2018

 

 

“Voglio raccontarvi qualcosa dei miei genitori.

Sono cresciuto appena fuori Barcellona, figlio di due professionisti di successo. Mio padre era un infermiere, mia madre una dottoressa. Ovviamente sono finito a studiare scienze e dopo il liceo ho anche fatto un anno di scuola di medicina, prima di dedicare tutto il mio tempo alla pallacanestro. Spesso penso a cosa sarebbe successo se avessi continuato con la medicina per seguire le orme dei miei genitori.
Ricordo che spesso le persone pensavano che mio padre fosse il dottore e mia madre l’infermiera – succedeva più spesso di quanto secondo me non avrebbe dovuto. Per me, il fatto che mia madre fosse una dottoressa di successo era la normalità. Non fraintendetemi, io ammiravo il lavorare duro di mio padre ed il suo lavoro in sé, però sono cresciuto sapendo che mia madre aveva fatto scuole e programmi più difficili e rigorosi, e proprio per questo aveva il lavoro maggiormente qualificato. Non era strano, e nemmeno un modo di giudicare. Era la verità, e per noi era chiaro che lo fosse.

Crescendo, io ed i miei fratelli abbiamo sempre ammirato questi standard stabiliti dai nostri genitori. 
Adesso che sono cresciuto e spero di diventare anche io genitore, mi rendo conto ancora di più di come io sia stato fortunato ad essere cresciuto secondo quegli standard. Ed in questo caso l’unica domanda che ti devi fare non è se tu “sei il tipo di persona giusta” per il tuo lavoro, ma piuttosto “se hai i mezzi giusti” per quel lavoro.

In 37 anni, devo ammettere di non aver mai pensato a mia madre come un dottore “donna”: per me era una dottoressa, e pure molto brava. 
La ragione per cui vi ho voluto parlare della mia famiglia, è che la loro storia mi fa pensare alla NBA di oggi. In particolare a come, in 72 anni di storia della lega, non c’è mai stata una donna a ricoprire il ruolo di head coach.

Ed in particolare mi fa pensare a Becky Hammon, un coach di cui si è parlato molto recentemente e per la quale ho avuto la fortuna di giocare a San Antonio.
Ma se pensate che io stia scrivendo questo per dire perché secondo me Becky abbia le capacità per essere un head coach nella Nba, beh…vi sbagliate. 
Quello è ovvio: primo perché era una giocatrice di talento, con un’eccelsa mente per il gioco, e secondo perché è stata un’assistente di successo per quello che è forse il miglior coach. Che altro aggiungere?

Però come ho detto non sono qui per parlare di questo. Parlare per conto di coach Hammon potrebbe sembrare paternalistico. Mi sembrerebbe strano se le franchigie Nba non si interessassero a lei come head coach.

Quello che invece voglio fare è abbattere un paio di quelle argomentazioni senza senso che sono state fatte contro la candidatura di coach Hammon e in generale l’idea di un head coach donna nella NBA, tra tutte quelle che ho visto.
La più diffusa è quella che per fortuna è la più facile da controbattere, cioè questa idea che al più alto livello di pallacanestro una donna non sia capace di allenare gli uomini. “Sì, le donne vanno bene per allenare le squadre femminili al college o la Wnba, ma la Nba? La Nba è diversa”.

Per prima cosa vi dico che se dite questo a chiunque abbia giocato a pallacanestro ad alto livello, correte il rischio di sembrare veramente ignoranti. Ma ho una risposta ben precisa a tutto ciò, e cioè che sono stato in Nba per 17 anni. Ho vinto due campionati, ho giocato con alcuni tra i migliori giocatori di questa generazioni, e sono stato allenato da due delle migliori menti della storia dello sport: Phil Jackson e Gregg Popovich. E io vi dico che Becky Hammon può essere un head coach.

Non dico che lo possa fare bene, o che lo possa fare abbastanza da cavarsela. Non sto dicendo che può farlo allo stesso livello degli uomini. Sto dicendo: Becky Hammon può allenare nella Nba. Stop.

Vi racconto una breve storia per dimostrare quello che dico. Quest’anno, in un allenamento di qualche mese fa, stavo allenando il pick’n’roll con Dejounte Murray. Era un normale allenamento, noi due da soli ed un canestro: io portavo il blocco e poi uscivo per il jumper o andavo verso la linea di fondo. Nel primo caso Dejounte avrebbe fatto un passaggio al petto, nel secondo un passaggio schiacciato a terra. Una cosa molto semplice, l’avevamo fatta un milione di volte.

Ma quello che ricordo è che ad un certo punto, Coach Hammon ci ferma. Si avvicina insieme a Borrego e Messina e dice a Dejount “DJ, il tuo passaggio è troppo basso. Devi dare il pallone a Pau esattamente dove lui ha bisogno. Riprova.”.

Poi in gruppo parliamo meglio di come lui mi debba passare il pallone più precisamente, così io avrei potuto finire meglio l’azione al ferro. E poi abbiamo ripetuto l’esercizio un paio di volte da destra e da sinistra. Poi Dejounte ha capito in fretta, ma c’è stata qualcosa di quel momento che mi è rimasto: il livello di conoscenza del gioco dimostrato da Becky. Avete capito, no?

Ha notato un minimo dettaglio e poi ha esposto rapidamente problema e soluzione. E non solo quello, ma eravamo anche capaci di comunicare l’uno con l’altro in modo da poter ottenere velocemente il risultato che volevamo. E’ utile per ricordare quanto sia importante la comunicazione tra i membri di una squadra, soprattutto nella Nba.

Un’altra discussione che ho sentito, forse ancora più stupida della precedente, è che Becky è arrivata a quel punto perché era comodo in termini di relazioni personali per gli Spurs. 
Prego?

Dico, stiamo parlando della Nba, dove ci sono un sacco di soldi in giro e poca pazienza per la mediocrità. E stiamo parlando degli Spurs, una delle più famose franchigie Nba di questo secolo, un sistema dal quale sono usciti David Robinson, Tim Duncan, Manu Ginobili, Tony Parker, e questi sono solo gli Hall of Famers. Stiamo parlando di una squadra che ha vinto almeno 50 partite per 18 anni di fila e 5 anelli negli ultimi 20 anni.

Veramente credete che Coach Pop curi il suo staff in maniera diversa da come fa crescere i suoi giocatori? No.
L’unico standard di Pop perfare qualsiasi cosa è che questa ci deve aiutare in un solo modo, e non è avere buone relazioni personali. E’ vincere. E vincere alla maniera degli Spurs.

Bene, altra cosa. E’ anche abbastanza stupido da dire ma credo sia allo stesso modo importante. E’ questa idea che, se ci fosse un head coach donna nella Nba sarebbe strano nello spogliatoio. 
Probabilmente state ridendo mentre leggete e lo capisco. E’ ridicolo. Ma io credo che valga la pena parlarne seriamente per un momento, anche solo per dire come per noi come lega è imbarazzante che qualcuno stia davvero parlando di questo.

Per prima cosa, per l’idea in sé: cioè, è certamente una leggenda sulla quale non c’è niente da dire. I giocatori si cambiano in una determinata area, gli allenatori in un’altra. Ok? E sì, sono sicuro che nella coach area Becky abbia uno spazio privato. Ma il punto è che nemmeno gli allenatori uomini dividono lo spazio con i giocatori mentre si cambiano. Non succede. Quindi quello che posso dire dopo 15 anni di esperienza è che questo modo di pensare è ridicolo. In termini di spogliatoio non c’è assolutamente differenza nell’avere un coach uomo o donna.

Ma io penso anche che vada oltre, quando la gente pone questo problema, in un modo che veramente mi tocca. Questa idea che mentre noi stiamo facendo tutti questi progressi nella società per aumentare la nostra consapevolezza sociale e fare degli sforzi per accettare idee come diversità ed uguaglianza, e stiamo creando questo mondo di maggiore inclusione…in qualche modo lo sport dev’essere un’eccezione. Che gli sport debbano essere, secondo alcuni, quel posto dove va bene essere di mentalità chiusa, come una bolla per tutti noi dell’ignoranza peggiore, e che come atleti se abbiamo dei problemi con il modo in cui le cose vanno, dobbiamo (come va di moda dire) “pensare a giocare”.

Quindi quando sento discussioni su come non si debbano avere head coach donne nella Nba per problemi di spogliatoio o non so cosa, mi fa pensare che anche se abbiamo fatto progressi come lega negli ultimi anni, c’è ancora della strada da fare. Dobbiamo essere realisti: ci sono sforzi per una maggiore diversità di genere in quasi tutte le industrie del mondo. E’ quello che ci si aspetta, e soprattutto è quello che è giusto. Eppure la Nba dovrebbe ottenere un lasciapassare perché alcuni fans sono disposti a prendersela comoda con noi perché siamo “sports”? 
Mi auguro davvero di no.
Mi auguro che la Nba non sia mai soddisfatta e cerchi sempre di essere lungimirante “per essere una lega sportiva”. Cerchiamo di essere lungimiranti sempre.

Non so se avete sentito che la settimana scorsa i Phoenix Suns hanno ingaggiato il primo head coach europeo della storia della Nba, Igor Kokoshkov. 
Questa è stata una grande notizia per la lega, ma per me è stato un momento davvero speciale. Io sono stato scelto al draft 17 anni fa, e ricordo ancora alcuni dei commenti della gente all’epoca: “Oh no, non puoi scegliere un europeo alla 3, è follia. Forse dopo, sì…magari ha talento, ma top5? Stai cercando un uomo franchigia, uno con il killer instinct e con capacità di leader, e questi europei non lo sono. No, non puoi scegliere questo ragazzino alla 3”.

E invece mi hanno scelto alla numero 3.

Adesso si vedono europei scelti sempre in alto nel draft. E’ la regola. Quest’anno con Luka Doncic chissà, forse è un altro n.1 fuori dall’Europa.
Ed è stato lo stesso per i coach. All’inizio nessuno sceglieva assistenti dall’estero, ma poi qualcuno ha iniziato a farlo e gli altri li hanno seguiti. E adesso Igor è l’allenatore capo dei Suns.

E non voglio paragonare Igor a Becky, perché non penso sia la stessa cosa, però penso che sia bellissimo che la Nba inizi a riflettere il mondo. Perché il mondo è grande, non è vero? E io credo che ogni volta che tu puoi espandere i tuoi orizzonti verso qualcosa di nuovo ti può solo rendere una persona migliore.

E’ anche il motivo per cui io sono contento di vedere la lega che si interessa di tante cose importanti. Quando siamo insieme per qualcosa di urgente come Black Lives Matter, quando gente come DeMar e Kevin parlano dello stare bene mentalmente, quando Adam Silver, il nostro commissioner, partecipa alle sfilate della comunità LGBTQ, quando MVP come Steph e LeBron fanno vedere al mondo che nessuno è troppo famoso per usare il proprio spazio per dire quello che pensa, e quando una franchigia come Milwaukee vuole dare spazio ad un candidato che, uomo o donna che sia, lo merita assolutamente.
Lo vedo ovunque in questa lega, adesso, e mi rende orgoglioso.

Perché per me questa lega è una famiglia. E una delle cose che succede quando si è una famiglia è che tu puoi essere la persona più critica nei confronti degli altri, puoi dire agli altri come pensi che sia. Perché alla fine, è tutto amore. 
Quindi quello che io voglio dire alla mia famiglia Nba è di continuare il gran lavoro che stiamo facendo e di essere orgogliosi. Ma anche di non essere soddisfatti. Non pensiamo che una protesta voglia dire che abbiamo risolto il problema dell’ineguaglianza razziale, una parata non vuol dire che stiamo facendo di tutto per il movimento LGBTQ, e un colloquio per un posto di allenatore non vuol dire che abbiamo risolto il problema della diversità di genere per il nostro lavoro. 
Una lega più compiacente potrebbe vedere questi risultati e dire “Bene, l’abbiamo fatto quindi abbiamo finito”. Ma la Nba non è una lega compiacente, è una grande lega.

E per me una grande lega guarda questo e dice “Abbiamo fatto tanto, abbiamo fatto vedere 
che siamo cresciuti tanto ma c’è ancora molto da fare.”. Una grande lega direbbe “Sì, è un passo in avanti ma non il traguardo.”.

Aspettate e vedrete, è solo l’inizio”.

 

https://www.theplayerstribune.com/en-us/articles/pau-gasol-becky-hammon

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