La Repubblica intervista Raffaella Masciadri: "I giorni a mille all’ora, mi scoppia il cuore ma è l’ora dell’addio"

November 21, 2018

 

 

L’ha messa su 192 volte. La prima nel 2001, a 21 anni, era in Irlanda contro il Portogallo. Dopo 1701 punti, la indosserà l’ultima volta stasera, a La Spezia contro la Svezia, per portare le azzurre del basket agli Europei 2019. «Sarà dura, ma lotteremo come sempre».

Raffaella Masciadri detta Mascia, 38 anni, ala della Nazionale e di Schio con cui ha vinto 9 dei suoi 14 scudetti, ha scritto una lettera d’amore per congedarsi dalla maglia azzurra che «mi ha reso la persona, la giocatrice e la donna che sono ora. Sei stata la mia seconda pelle».

Lasciare, quindi, è un po’ come scuoiarsi.

«Ho il cuore che rischia di scoppiarmi, l’ho scritto. Eppure vivo con molta serenità questo giorno, cercando di godermi ogni istante. Ho preparato la mia uscita, perché con la pancia non smetteresti mai, non te ne andresti mai. Invece so che questo è il momento giusto. Rimarrò a fianco, di lato, a quella che per me è stata una famiglia. Ma ora è il tempo dell’addio, ne sono pienamente consapevole. Prima di diventare un peso, prima di rendermi ridicola».

Una campionessa come lei?

«La Nazionale è un sogno che ho avuto il privilegio di realizzare. Ho vestito l’azzurro anche in nome di chi non ha potuto farlo. Ho vissuto a mille all’ora. Ho gioito e pianto.

Ho fatto sacrifici sentendoli come occasioni più che come perdite, specie da ragazza quando anziché uscire con gli amici per le notti brave mi allenavo o andavo a dormire perché avevo la partita.

Ho viaggiato e conosciuto altri mondi. Non ho niente da rimpiangere. Ora è giusto fare spazio agli altri e passare il testimone».

Lo lascia a una generazione diversa dalla sua.

«Molto. Sono giovani e ambiziose, dispongono di mezzi che io non ho avuto. Cecilia Zandalasini è cresciuta guardando Kobe Bryant su Youtube. Noi riuscivamo a vedere l’Nba molto più di rado, adesso basta un clic. Certo, il rovescio è che questa è forse una generazione meno affamata della nostra, che vive in un mondo dove tutto è a disposizione subito e facilmente. Noi avevamo il gusto di conquistarci le cose attraverso la fatica».

Cosa pensa del coming out dell’azzurra di volley Paola Egonu?

«Più ti apri al livello umano, più gli altri ti seguono. Io sono stata una capitana anche per le mie debolezze. Paola è una grande sportiva, la sua sincerità aiuterà chi non riesce a dirlo».

Ha giocato per tre stagioni in

America, che esperienza è stata?

«Fondamentale e formativa, lì lo sport è un’industria e l’atleta un professionista e una risorsa, sociale ed economica. Anche noi dovremmo considerarlo così».

Lei è presidente della Commissione atleti dei Coni, sarà il suo futuro?

«Me lo auguro, mi piace allenare e già lo faccio con le giovanili a Schio, ma vorrei restituire allo sport quello che mi ha dato, anche in federazione. Il traguardo storico del fondo maternità per le atlete è raggiunto, ma bisogna fare ancora tanto: pensioni e garanzie per il fine carriera e investimenti per la pratica sportiva di base nelle scuole dove tutto comincia».

Come ha iniziato?

«A 10 anni, spinta da papà Luigi, vigile urbano, ex giocatore anche lui. Mi ha insegnato la tattica, invece mamma Elena, caposala in ospedale, la grinta. Facevo nuoto e atletica, mezzofondo, poi ho scelto il parquet. Figlia unica, ero timida.

Il basket mi ha costretto a essere competitiva e assumermi responsabilità. Ho giocato e studiato: laurea in Scienze giuridiche, ora un master in leadership e management all’Università di Newcastle. Lo sport di squadra è una scuola di vita: entri con i tuoi principi ferrei o pregiudizi, esci trasformato, capovolto. Le vite degli altri ti rendono una persona migliore».

Il bello e il brutto di questi 17 anni in azzurro?

«L’oro ai Giochi del Mediterraneo nel 2009: il coronamento di un gruppo. Il brutto, il ko ai gironi agli Europei 2015: fu uno schiaffo in faccia, pensai di mollare. Invece mi sono rimessa la casacca per lottare. Certe botte ti forgiano più delle carezze».

ALESSANDRA RETICO

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