Kristi Toliver, l'assistente donna pagata come una stagista dagli Wizards

January 3, 2019

 

La realtà spesso mette in crisi le strutture disegnate a tavolino, abbattendo barriere culturali ed economiche alzate alle volte senza neanche rendercene conto. È questa la direzione nella quale si muove la storia di Kristi Toliver, nome noto agli appassionati di basket WNBA (un po' meno a tutti gli altri) e diventata a suo modo il simbolo dell’inadeguatezza delle regole salariali della lega femminile più importante del mondo (e di riflesso anche di quelle NBA). Toliver è una giocatrice di 32 anni, da tempo protagonista ad alto livello in WNBA prima con le Sparks di Los Angeles e da due anni con le Mystics di Washington. Insomma, una campionessa con enorme conoscenza del gioco e una particolare predisposizione per l’insegnamento. La figura perfetta da inserire in uno staff tecnico di primo livello come quelli di cui dispongono le franchigie NBA. È lo stesso ragionamento che hanno fatto nella capitale, quando finita la stagione con le Mystics, Toliver era pronta a fare le valigie per andare a giocare dall’altra parte dell’oceano. In WNBA è così: primavera-estate negli Stati Uniti, autunno-inverno in Europa (come fatto dalla nostra Cecilia Zandalasini, che si divide tra le Lynx e il Fenerbahce); senza soluzione di continuità, pur di garantirsi uno stipendio per 12 mesi all’anno. "Ritornare allo Staples Center con il vestito e non in divisa è stato uno dei momenti che più mi hanno colpita – racconta Toliver in un’intervista al New York Times, che ha raccontato nel dettaglio la sua storia - Perché potevo rivedere da bordocampo quel parquet e ricordare tutte le avventure vissute in campo, ma lo stavo facendo adesso che sono passata dalla parte degli uomini. È stato qualcosa di speciale". La giocatrice infatti ha accettato l’offerta degli Wizards di far parte del loro staff, al settimo cielo per quello che è diventato un sogno che si realizza. Quando si è trattato di discutere della parte economica però, sono arrivate le dolenti note. Essere donna in quel caso ha fatto la differenza, in negativo.

Le regole e le limitazioni previste dalla WNBA

Una decisione puramente tecnica (ossia, è una donna capace, competente che merita di allenare e sedere su una panchina NBA) che ha messo tutte in evidenza le contraddizioni del sistema. Toliver infatti è sotto contratto con le Mystics di Ted Leonsis, la cui proprietà ricade all’interno dello stesso gruppo che gestisce gli Wizards. In quel caso le franchigie WNBA hanno la possibilità di spendere al massimo 50.000 dollari totali da poter assegnare alle giocatrici della propria squadra durante la off-season. Una cifra nel caso delle Mystics già spesa in buona parte per Elena Delle Donne – campionessa della squadra di Washington che grazie a quella cifra può restare a casa a riposare in attesa di riprendere la stagione negli USA. Così, per un lavoro in cui gli uomini che siedono in panchina guadagnano almeno 100.000 dollari, arrivando anche al milione in alcuni casi, Toliver si è dovuta accontentare di 10.000 dollari. Meno di quanto viene speso in multe dai coach NBA che si lamentano degli errori arbitrali a fine gara: “Non è stata una scelta facile – racconta la diretta interessata - Per me era l’occasione giusta per far riposare il mio fisico dopo che per 10 anni non mi sono letteralmente mai fermata, sempre in giro per il mondo a giocare a basket. Al tempo stesso c’era una questione economica di cui tenere conto, ma per me resta un’opportunità stimolante dalla quale voglio apprendere molto, restando a casa e continuando a stare a contatto col basket, circondata dai migliori giocatori e allenatori del mondo”. Toliver ha provato senza successo a far valere i suoi diritti, perdendo la battaglia legale, ma scegliendo lo stesso di non badare alle restrizioni economiche e andando avanti con quello che a tutti gli effetti equivale a “un tirocinio di alto profilo” (una triste definizione data al suo lavoro, nonostante poi operativamente sia molto utile all’interno dello staff degli Wizards).

Qualcosa va cambiato nel sistema per lasciare spazio alle donne in NBA

Ci ha pensato il campo a garantirle la giusta riconoscenza da parte dei colleghi e dei giocatori, che seguono le sue indicazioni con interesse, ma la questione è ormai sul tavolo. Dopo le fortunate esperienze di Becky Hammond con gli Spurs e Sue Bird con i Nuggets, è chiaro che la WNBA sia diventata un serbatoio di talento dal quale l’NBA può andare a pescare, ma le stringenti regole salariali stridono con il dinamismo mostrato nella pratica dalle due strutture. La soglia fissata a 50.000 dollari è figlia di un vecchio accordo che chiaramente non teneva conto del fatto che una giocatrice WNBA potesse passare nell’altra Lega. Non per malafede, ma perché era una cosa mai accaduta e che nessuno aveva immaginato. Adesso che quel muro è stato abbattuto nei fatti (la convenienza e la competenza infatti restano la spinta più forte per conquistare maggiori diritti) e bisogna trovare una soluzione. Le giocatrici WNBA hanno scelto di uscire dal precedente accordo collettivo lo scorso novembre, proprio per cercare di ovviare a situazioni di questo tipo: “Con questa mossa vogliamo segnalare le tante criticità del contratto, tra le quali c’è anche questa. Dobbiamo analizzarla e ripristinare un concetto di equità che viene meno nella nostra negoziazione”. Anche perché la stessa NBA ha interesse nel trattenere le campionesse il più a lungo possibile negli Stati Uniti, non solo per ragioni di tenuta fisica (giocare tutto l’anno è logorante), ma anche per marketing e per vicinanza tra il campionato maschile e femminile. Mentre le regole però avanzano lentamente e cambiano con ritmi biblici, la realtà ci pone davanti all’evidenza e fa sorgere degli interrogativi: quanto guadagnerebbe un giocatore NBA che decidesse di andare ad allenare durante la off-season in WNBA? Meglio non chiederselo, sperando che queste restrizioni cambino in fretta.

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